Cynara Cardunculus.. © Stefano Michelucci

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Asteraceae

Carciofo selvatico, Cardo

Forma Biologica:
H scap – Emicriptofite scapose. Piante perennanti per mezzo di gemme poste a livello del terreno e con asse fiorale allugato, spesso privo di foglie.

Descrizione: Pianta erbacea perennante rizomatosa, alta da 30 fino a 150 cm, con fusto robusto, semplice, striato, ramificato in alto, glabro o densamente ragnateloso-tomentoso, senza spine. Dalle gemme poste al livello del suolo si sviluppano nuovi getti chiamati carducci.
Foglie basali in ampia rosetta, profondamente incise, 1-2 pennatosette, lunghe fino a 35 cm, con segmenti lanceolati, bianco-tomentosi di sotto, interi o sparsamente dentellati e provvisti ai margini di lunghe spine (1-3 cm) patenti; le cauline minori, alterne, spesso brevemente decorrenti con alette spinose.
Capolini terminali in inflorescenze corimbiformi sono grossi Ø 4-5 cm, piriformi, spesso purpurescenti, con squame dell’involucro embriciate, con la base appressata e la parte apicale eretto-patente terminante in una lunga spina gialla e appuntita. Ricettacolo con peli setacei traslucidi.
Fiori tutti tubulosi (3-5 mm), ermafroditi, rosei.
Il frutto è un achenio ellissoidale o ± prismatico con pappo a peli piumosi.

Tipo corologico: Steno-Medit. – Specie con areale limitato alle coste mediterranee, (area dell’Olivo).

Antesi: giugno÷agosto

Distribuzione in Italia: Specie prevalentemente mediterranea di distribuzione centro-meridionale in Italia. Presente in Toscana (Maremma), Lazio, Abruzzo, Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Habitat: Incolti aridi, pascoli, bordi stradali, da 0 a 1100 m. Impollinazione: entomofila.
Disseminazione: anemocora.
Note di Sistematica: Il genere include solo una specie. Originario del bacino mediterraneo, viene diviso attualmente in altre due sottospecie:
Cynara cardunculus L. subsp. scolymus (L.) Hayek, pianta più elevata, con squame carnose senza spine o con spine deboli, capolino più grosso (Ø 8-10 cm) e foglie lunghe fino a 1 m, pennatosette o ± intere, spesso senza spine. Quest’ultimo è il carciofo comune coltivato nelle sue molteplici varietà e non lo si conosce spontaneo, ma avventizio e subspontaneo.
Cynara cardunculus L. subsp. flavescens Wiklund presenta delle differenze morfologiche alle brattee involucrali ed in una recente revisione tassonomica è stata riconosciuta come una sottospecie indipendente e separata dalla subsp. cardunculus. Nella flora italiana è presente solo in Sicilia.
Etimologia: Il nome del genere deriva dal gr. ‘kynàra’, canina, in riferimento per le punte dure dell’involucro paragonate ai denti di un cane. Le prime descrizioni risalgono allo storico greco Teofrasto e probabilmente si trattava di carciofo selvatico. L’epiteto dal lat. ‘carduus’ con suffice diminutivo ‘ -unculus’, ossìa piccolo cardo.

Proprietà ed utilizzi
: Immagine Pianta commestibile officinale.
I capolini immaturi vengono spesso utilizzati a scopi culinari come quelli delle numerose varietà orticole, ma sin dall’antichità il genere è noto soprattutto per le sue virtù medicinali. Le foglie e il rizoma contengono importanti principi attivi (cinarina, glucosidi, tannini, inulina) che hanno proprietà ipoglicemizzanti, aperitive, toniche, digestive e diuretiche. Dai fiori si ottiene un caglio vegetale, chiamato ‘cagliofiore’, ancora utilizzato in alcune località per la produzione di formaggi.

Curiosità: Sull’origine del carciofo comune è possibile soltanto fare delle congetture. La pianta appare in Europa solo nel medioevo e con nomi derivati dall’arabo ‘kharshuf’ (fr. artichaut, sp. alcachofa) e quindi secondo alcuni Autori se ne ipotizza l’origine orientale. Ma le imponenti popolazioni selvatiche di C. cardunculus L. subsp. cardunculus nella fascia collinare tra Civitavecchia ed i Monti della Tolfa, in tutta vicinanza degli insediamenti etruschi di Cerveteri fanno supporre che in questa zona abbia potuto aver origine, come pianta coltivata, il Carciofo comune e questo probabilmente proprio ad opera degli Etruschi. (nota riassuntiva dal Pignatti, vol. III, p. 163).